Universo Om: guida al simbolo e ai 4 stati di coscienza

Universo Om: guida al simbolo e ai 4 stati di coscienza

Agyapal

Sono un'insegnante di yoga, fondatrice di YogAssisi e direttrice della scuola Satkama Yoga.

Capita spesso che chi entra per la prima volta in un centro yoga resti colpito dai simboli presenti nello spazio di pratica. Le statue di Ganesh o di Tara vengono riconosciute più facilmente, o almeno intuite come figure appartenenti a una tradizione spirituale antica. Ma poi lo sguardo si posa su un segno particolare, semplice e allo stesso tempo misterioso: . A quel punto arriva quasi sempre la stessa domanda, detta con curiosità e un sorriso: “Cos’è quello? Un trenta? L’ho già visto da qualche parte…”. Ma quello è l’Om, il suono che contiene il cammino dello yoga.

L’Om è il simbolo più conosciuto e al tempo stesso più frainteso dello yoga. Molti lo hanno incontrato stampato su un tappetino, appeso in una sala di meditazione, tatuato sulla pelle o disegnato su una maglietta, senza però sapere davvero cosa rappresenti. Eppure, nella tradizione yogica, l’Om non è un semplice segno grafico né un elemento decorativo: è la sintesi del percorso dello yoga, una mappa simbolica che racconta il cammino dalla percezione ordinaria alla coscienza più sottile.

Nella filosofia dello yoga, l’Om è considerato il suono primordiale, la vibrazione da cui tutto nasce e in cui tutto ritorna, è l’essenza della creazione e della connessione divina.

Om come rappresentazione degli stati di coscienza

Om non è solo un suono come un altro da recitare all’inizio o alla fine della pratica, ma una rappresentazione viva degli stati di coscienza che l’essere umano attraversa. Ogni parte del simbolo corrisponde a un livello dell’esperienza: lo stato di veglia, il sogno, il sonno profondo e ciò che va oltre, lo spazio silenzioso della pura presenza. (cfr. Māṇḍūkya Upaniṣad, vedi testo integrale a fondo articolo)

La curva più ampia dell’Om [A: Akar] rappresenta lo stato di veglia (Jagrat), quello in cui siamo immersi nella percezione sensoriale, nell’azione, nel pensiero, nell’identità che costruiamo giorno dopo giorno. È lo stato in cui la mente è rivolta all’esterno, dove l’io si definisce attraverso ruoli, relazioni e stimoli continui.

Subito sopra e sulla destra si trova la seconda curva [U: Ukar], che simboleggia lo stato di sogno (Svapna). Qui la coscienza non è più legata al mondo esterno, ma crea immagini, emozioni e narrazioni a partire dalla memoria e dall’inconscio. È uno spazio sottile, dove emergono desideri, paure e contenuti non elaborati.

La terza curva [M: Makar], quella superiore, rappresenta lo stato di sonno profondo (Sushupti), privo di immagini e pensieri. In questo stato non c’è una consapevolezza riflessiva, ma c’è riposo, rigenerazione, dissoluzione temporanea dell’ego. Nello yoga, questo livello è fondamentale perché è il luogo in cui il sistema nervoso si riequilibra e l’organismo può tornare a uno stato di base più armonico.

Infine, il punto sopra le curve [Bindu] e lo spazio che le separa raccontano qualcosa di ancora più sottile: Turiya, il quarto stato. È la coscienza che osserva tutti gli stati senza identificarsi con nessuno di essi: è lo spazio del testimone, della presenza pura, ciò che nello yoga viene indicato come accesso alla realtà non velata da Maya, l’illusione.

Questa Maya è rappresentata dal piccolo semicerchio che separa il punto dalle altre forme [Chandra]: è il velo che ci impedisce di riconoscere la nostra natura profonda. Per questo lo yoga diventa un percorso esperienziale, non solo filosofico.

muoversi tra gli stati di coscienza

Attraverso posizioni, respirazioni, meditazioni e ascolto interiore, lo yoga insegna a muoversi consapevolmente tra questi stati, a riconoscerli, a non esserne dominati. Lo stato di veglia diventa più presente, il sogno più integrato, il sonno più rigenerante. E, poco alla volta, si apre lo spazio per sperimentare quella qualità di coscienza silenziosa che l’Om indica.

Ecco perché, quando in sala intoniamo il suono Om, non stiamo semplicemente iniziando o chiudendo una lezione. Stiamo ricordando al corpo e al sistema nervoso un percorso antico: tornare dall’esterno all’interno, dal rumore al silenzio, dall’identificazione alla presenza. Stiamo, in un certo senso, ripercorrendo il viaggio dello yoga stesso.

Così, quello che all’inizio può sembrare “uno strano trenta” è invece una mappa: una rappresentazione sottile e potentissima del percorso yogico e del cammino di ritorno alla coscienza profonda. Ogni sua curva racconta uno stato dell’essere, ogni spazio vuoto indica un passaggio, ogni vibrazione rimanda a un’esperienza interiore che va oltre la mente concettuale.

Nel mio lavoro, e nella mia esperienza personale sul tappetino e nella vita, ho compreso che Om si sente mentre ti attraversa nel suono, non è solo un concetto. Om è una soglia. E come ogni soglia autentica, richiede presenza, ascolto e la capacità di lasciar cadere gradualmente i preconcetti, l’illusione che ci fa credere separati, frammentati, identificati solo con ciò che pensiamo di essere, identificati solo con ciò che pensiamo sia giusto essere.

Il ruolo del sonno e del sogno nel percorso yogico

Nello yoga lo stato di sonno e quello di sogno non sono considerati stati “inferiori” o – per dirla secondo la visione della società moderna – non produttivi, ma sono fondamentali nel processo di trasformazione della coscienza. È proprio durante il rilassamento profondo (consapevole), quando il controllo mentale si allenta, che il sistema nervoso può riorganizzarsi e che la coscienza può iniziare a riconoscersi oltre i suoi automatismi.

Secondo alcune teorie psicologiche, nel sogno possono emergere contenuti non pienamente integrati nella veglia, rielaborazione dei vissuti. Altre prospettive considerano il sogno come uno stato di coscienza che apre spazi psichici differenti, non riducibili alla sola rielaborazione dell’inconscio, ma come apertura a livelli non ordinari della mente. Secondo la tradizione yogica, pratiche di meditazione e rilassamento profondo creano un ponte tra veglia, sogno e sonno, permettendo di coltivare una qualità di presenza che può permanere anche quando l’attività mentale ordinaria si quieta.

È qui che il percorso yogico diventa realmente trasformativo. Non si tratta più solo di “fare yoga”, ma di vigilare anche gli spazi liminali tra un pensiero e laltro, tra un respiro e il successivo, tra veglia e sonno. In questi spazi, Maya si assottiglia.

Om come vibrazione che scioglie i veli di Maya

La ripetizione consapevole del suono Om non è una pratica (solo) simbolica, ma ha una forte influenza vibratoria. Quando Om viene emesso con attenzione, coinvolge il corpo intero: la vibrazione parte dall’addome, risale attraverso il torace, si espande nella gola e nella testa. Questo movimento armonizza il sistema nervoso, calma le fluttuazioni mentali e porta la coscienza verso uno stato di integrazione.

Dal punto di vista yogico, Om agisce come una chiave che allinea corpo, respiro ed energia vitale. Dal punto di vista solo fisico (ma non siamo mai solo corpo o solo mente!) la vibrazione prolungata stimola il nervo vago, favorendo uno stato di calma, presenza e apertura percettiva. Due punti di vista diversi per descrivere la stessa esperienza: una mente che si quieta e una coscienza che si espande.

Quando Om viene praticato con ascolto profondo, non ci porta chissà dove nell’universo, ci riporta al nostro nucleo, il quale è inevitabilmente connesso alla creazione, al macrocosmo.

Scomposizione dei suoni di OM

Quando entriamo nel suono di Om entriamo in un processo, perché Om è in realtà un suono complesso formato dai suoni A, U, M.

La A nasce profonda, aperta, dal basso ventre e dal torace: è l’inizio, il momento in cui qualcosa prende forma, la scintilla della creazione e della manifestazione.

La U accompagna il suono mentre risale e si espande, senza interruzioni: rappresenta la continuità, il fluire della vita, ciò che sostiene e preserva ciò che è nato.

La M, infine, chiude dolcemente il ciclo: il suono si raccoglie, vibra nel capo e poi si dissolve nel silenzio, simbolo della trasformazione, del ritorno all’origine.

Ma c’è un quarto suono: il silenzio.

Dopo la M, quando la vibrazione udibile termina, rimane uno spazio. Non è assenza, ma presenza sottile: Turiya: la coscienza pura, che non è né veglia, né sogno, né sonno profondo, ma il fondamento di tutti e tre.

Il Silenzio è ciò da cui il suono nasce e in cui ritorna, è lo spazio in cui la mente si quieta e la consapevolezza rimane. Così Om non è solo un ciclo di creazione, mantenimento e trasformazione
è anche il riconoscimento di ciò che rimane quando tutto si dissolve.

Gradualmente, nella ripetizione assorta e consapevole, l’identificazione con i pensieri si allenta, le reazioni automatiche perdono forza e si crea uno spazio in cui è possibile essere, senza dover diventare qualcosa di diverso.

Differenza tra “Om” e “Ong” nel Kundalini Yoga

Nel Kundalini Yoga (tradizione in cui mi sono formata) si vibra Ong più che Om. Questa scelta non è casuale, ma affonda le radici nella tradizione del Sikhismo, dove il termine centrale non è Om bensì Ik Onkar (spesso scritto Ek Ong Kar), che significa: “Un’unica Realtà Creativa che pervade tutto”.

Nella visione più diffusa in ambito yogico classico, Om è il suono primordiale, la totalità indifferenziata, la coscienza universale nella sua dimensione originaria e contemplativa. È il suono che raccoglie, riassorbe, conduce verso l’interiorità e il silenzio. Per questo viene spesso associato alla quiete, al ritorno alla fonte, all’assorbimento meditativo.

Ong, invece, nella prospettiva del Kundalini Yoga legata alla matrice sikh, non indica una coscienza statica o raccolta, ma la stessa coscienza nel suo aspetto dinamico: energia creativa in atto. Non principio astratto, ma vibrazione che genera, sostiene e permea la manifestazione. È la Realtà che non solo è, ma continuamente crea.

“Om” e “ong” due accenti della stessa realtà

Il paragone, quindi, non è semplicemente tra Om e Ong come due suoni diversi, ma tra due accenti della stessa realtà:

  • Om come totalità originaria e riassorbente.
  • Ong come potenza creativa che si espande e prende forma.

Detto questo, la distinzione non è così netta sul piano esperienziale. Anche Om, se vibrato pienamente nel corpo, non è solo contemplazione silenziosa: è vibrazione che attraversa, organizza, genera presenza. E Ong, a sua volta, non è solo espansione esterna, ma nasce da una radice di silenzio.

Più che stabilire quale sia “giusto”, si può comprendere che Om e Ong sono due chiavi simboliche che aprono prospettive diverse sul medesimo principio: la coscienza che vibra, si manifesta e si riconosce in ciò che crea.

Forse la differenza non sta nel mantra in sé, ma nel modo in cui viene incarnato: nel respiro che lo sostiene, nell’intenzione che lo anima, nello spazio interiore da cui emerge.

Il percorso yogico come ritorno alla coscienza

Lo yoga, nella sua essenza, non è un sistema di tecniche (o tecnologie… come qualcuno ama definirle), ma un percorso di disidentificazione. Attraverso il corpo, il respiro, il silenzio e l’osservazione, impariamo a riconoscere ciò che non siamo. Lo yoga toglie, non aggiunge. E in questo processo, ciò che resta è la coscienza.

Om rappresenta questo cammino: dalla dispersione alla sintesi, dalla frammentazione all’unità, dalla reazione alla presenza. Non elimina Maya, ma la rende trasparente; non cancella il mondo, ma lo rende abitabile senza esserne prigionieri. Permette di essere “nel mondo ma non del mondo” (Giovanni 15, 19).

Nel tempo in cui viviamo, così orientato alla prestazione e alla comprensione mentale, il simbolo dell’Om ci ricorda qualcosa di essenziale: la vera identità non si conquista, si riconosce. E questo riconoscimento avviene quando impariamo a sentire, non solo a capire. Imparare a sentire significa permettere all’esperienza di rivelarsi prima che venga interpretata: sostare nella vibrazione, nel silenzio dopo il suono, nello spazio tra uno stimolo e la risposta. È riconoscere che la nostra identità più profonda non è un’idea su di noi, ma una presenza che si percepisce direttamente.

In questo senso, l’Om non è solo un simbolo da comprendere, ma una vibrazione di cui fare esperienza: un invito a tornare al corpo, al respiro, alla risonanza interiore. Non a definire chi siamo, ma a sentirlo.

Il percorso yogico non ci chiede di aggiungere, ma di sottrarre. Di togliere i veli, uno alla volta, finché ciò che rimane è semplice, silenzioso e profondamente vivo. Proprio come il punto sopra l’Om: immobile, presente, consapevole.

La Māṇḍūkya Upaniṣad

La Māṇḍūkya Upaniṣad è un conciso testo sanscrito dell’Advaita Vedanta, composto da 12 versi, che spiega la natura della realtà attraverso la sillaba AUM e i quattro stati di coscienza: la veglia (Vaishvanara), il sogno (Taijasa), il sonno profondo (Prajna) e il quarto stato trascendentale (Turiya).

1. Hari Om. L’intero universo è la sillaba Om. Tutto ciò che è stato, è o sarà è, in verità, Om. Tutto ciò che trascende il tempo, lo spazio e la causalità è anch’esso Om.

2. Tutto questo è Brahman. Questo Sé è Brahman. Questo Sé ha quattro aspetti.

(Veglia – Vaishvanara)

3. Il primo quarto è il Sé nello stato di veglia, consapevole del mondo esterno, dotato di sette membra e diciannove bocche, che sperimenta gli oggetti grossolani.

(Sogno – Taijasa)

4. Il secondo quarto è il Sé nello stato di sogno, consapevole del mondo interiore, dotato di sette membra e diciannove bocche, che sperimenta gli oggetti sottili.

(Sonno Profondo – Prajna)

5. Quando colui che dorme non desidera nulla e non vede sogni, quello è il sonno profondo. Unificato e colmo di coscienza, il Sé gode della beatitudine.

6, Questo è il Signore di tutto, il conoscitore di tutto, il controllore interno, la fonte di tutto.

7. Il quarto è Turiya, che non è rivolto verso l’interno, né verso l’esterno, né verso entrambi. È invisibile, indescrivibile, incomprensibile e inafferrabile. È l’essenza della coscienza del Sé, dove ogni dualità cessa. Esso è il Sé.

8. Questo Sé è identico alla sillaba AUM, ai suoi quattro quarti.

9. La coscienza della veglia è ‘a’, la prima lettera.

10. La coscienza del sogno è ‘u’, la seconda lettera.

11. La coscienza del sonno profondo è ‘m’, la terza lettera.

12. Il quarto è senza suono (amatra), l’AUM privo di parti. È l’essenza dell’Atman. Colui che conosce questo fonde il proprio sé nel Sé.

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Lo yoga è molto più di semplici posture o di una pratica sul tappetino. È un dialogo profondo tra il corpo e l’anima, un sentiero che si svela con ogni respiro, un’arte che affina la percezione e amplia la consapevolezza. È un invito a riscoprire sé stessi, a muoversi nella vita con equilibrio, presenza e autenticità.

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