La santità come strumento di governo e di comunicazione politica

santità come comunicazione politica

GM Turi

Insegno lingua e cultura italiana stranieri. Sono il fotografo di YogAssisi e il curatore didattico della scuola Satkama Yoga.

Il sacro non è mai neutrale. Nella storia dell’Europa cristiana, la santità non si è configurata soltanto come un’esperienza mistica individuale o come il semplice riconoscimento ecclesiale di una vita virtuosa, ma come un formidabile dispositivo di legittimazione, negoziazione e controllo politico.

Quando la santità sosteneva gli interessi dello Stato o delle gerarchie ecclesiastiche, le autorità la proteggevano, la promuovevano e persino la “fabbricavano”; al contrario, quando la santità sfuggiva al controllo, deviava verso autonomie sgradite o minacciava l’ordine costituito, le stesse autorità la ricodificavano prontamente come “santità simulata”, eresia o stregoneria.

Il confine tra la santa venerata e la strega condannata al rogo non è quasi mai dipeso dalla sostanza dell’esperienza estatica vissuta, bensì dal grado di funzionalità politica che le istituzioni riuscivano ad applicare al carisma personale della singola figura.

La “santa viva” come organo di stato (1450-1530)

Tra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, l’Italia delle corti sviluppò una forma peculiare di sacro politico: la santa viva. In un’epoca segnata dall’incertezza e dalle devastanti grandi guerre d’Italia, i principi nuovi – gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i Bentivoglio a Bologna e gli Sforza a Milano – cercavano nel carisma femminile la legittimazione divina e la protezione profetica che le armi non potevano garantire.

Le “sante vive”, quasi tutte terziarie (principalmente domenicane o francescane) per conservare la libertà di movimento nello spazio urbano senza l’obbligo della clausura, presero progressivamente il posto degli astrologi di corte – è un dato storico: le sante vive facevano predizioni, precisamente al modo degli astrologi. E in più erano sante.

La patrona e la consigliera

Il percorso di Caterina de’ Vigri (1413-1463) mostra chiaramente la prima fase di questo processo. Cresciuta alla corte di Ferrara come dama di compagnia di Margherita d’Este, Caterina unì un’educazione umanistica e artistica a un’intensa vocazione mistica: per gli Este, la sua levatura spirituale rappresentò una fonte di prestigio dinastico.

In seguito, nel 1456, il suo trasferimento a Bologna come prima badessa del nuovo monastero del Corpus Domini segnò un secondo passaggio politico. Le oligarchie bolognesi e i Bentivoglio – che finanziarono la fondazione del monastero del Corpus Domini – promossero Caterina come perno di coesione civica per dotare la città di un proprio prestigioso riferimento religioso. La sua santità diventò così un collante politico per la Bologna dei Bentivoglio e rimase un motivo d’orgoglio per la Ferrara estense. Dopo la morte, il suo corpo incorrotto, collocato seduto su una cattedra (dove ancora si trova), diventò a tutti gli effetti un palladio spirituale per Bologna.

A Mantova, Osanna Andreasi (1449-1505) incarnò ancora di più la figura del consulente politico del principe. Terziaria domenicana di origini nobili, la sua autorevolezza mistica fu tale che Federico I Gonzaga e Isabella d’Este la consultavano costantemente prima di prendere decisioni di governo. Le sue visioni e i suoi consigli spirituali venivano integrati nelle pratiche diplomatiche della corte mantovana: la santità di Osanna garantiva che le scelte della dinastia fossero benedette dalla Provvidenza.

Il monopolio del sacro

A Ferrara, il duca Ercole I d’Este portò questo meccanismo alle sue estreme conseguenze con Lucia Brocadelli da Narni (1476-1544). Ercole d’Este ingaggiò una vera e propria contesa diplomatica (e un sequestro di fatto) per sottrarre Lucia alla città di Viterbo e condurla a Ferrara, edificandole un monastero ad hoc. Lucia, dotata di stimmate e fama di visioni, servì al duca come protettrice sovrannaturale contro le mire espansionistiche di Venezia e dello Stato Pontificio: ottenere una “santa viva” significava dimostrare che la dinastia estense godeva della diretta protezione divina.

Accanto a lei operarono Stefana Quinzani da Orzinuovi (1457-1530), legata ai Gonzaga e ai conti di Martinengo nel bresciano, Colomba Guadagnoli da Rieti (1467-1501), consigliera dei Baglioni a Perugia e referente spirituale dello stesso Ercole d’Este, e in Piemonte Caterina Mattei da Racconigi (1486-1547). Tutte queste terziarie intervennero sulle sorti delle guerre d’Italia, interpretarono battaglie, ammonirono i sovrani e rassicurarono la popolazione, convogliando la devozione popolare nella fedeltà al principe.

la condanna di convenienza

Dove il potere non riesciva a imbrigliare il carisma, la risposta era la distruzione. Gentile Budrioli (?-1498), nobile bolognese sposa del mercante Alessandro Cimieri, non scelse l’abito religioso ma esercitò un sapere mistico, medico e astrologico. Diventò la confidente e l’astrologa personale di Ginevra Sforza Bentivoglio, influenzando le scelte della signoria. Tuttavia, Gentile era una laica sposata e il suo potere sfuggiva alle categorie dell’ortodossia ecclesiale. Quando a Bologna la tensione politica salì e il regime dei Bentivoglio prese a vacillare, Gentile fu scaricata dalla stessa corte: accusata di stregoneria e stregamento del principe, venne processata, impiccata e bruciata sul rogo il 14 luglio 1498.

Si dice che Ginevra Sforza non intervenne in difesa di Budrioli, probabilmente per timore di subire a sua volta una condanna, ma che durante l’esecuzione si ritirò in lacrime vicino all’abitazione dell’amica. Alla scomparsa di quest’ultima, si fece carico delle sue tre figlie. Alcune ricostruzioni storiche evidenziano come la Budrioli fosse vicina a casate rivali (come i Malvezzi e i Marescotti), sospettate di congiurare per minare il potere bentivolesco; d’altra parte, la vicinanza e l’ascendente esercitato da Gentile sulla donna più potente di Bologna scatenarono l’invidia e il sospetto dei cortigiani e dello stesso signore, i quali temevano che la guaritrice potesse manipolare le decisioni politiche o la condotta di Ginevra.

il declino del sistema delle “sante vive”

In zona milanese invece, figure come Arcangela Panigarola, monaca agostiniana legata alle vicende delle guerre franco-spagnole, e più tardi Paola Antonia Negri, la “divina madre” delle Angeliche, mostrano il lento declino di questo modello.

Durante le convulsioni politiche milanesi tra francesi, spagnoli e Sforza, il monastero di Santa Marta guidato da Arcangela Panigarola (1468-1525) divenne un perno spirituale e un punto di riferimento diplomatico: Arcangela preannunciava l’esito delle battaglie e la sorte dei governanti, venendo consultata da Massimiliano Sforza e dai comandanti francesi e imperiali. Il suo ruolo di “santa viva” si legava strettamente alle vicende militari e diplomatiche, ma essere un perno politico in epoca di forte instabilità esponeva la sua autorità spirituale ai voltafaccia potere.

Paola Antonia Negri (1508-1555), capace di dirigere un vasto movimento di riforma e di influenzare cardinali e nobili, cadrà invece sotto i colpi dell’Inquisizione (fino a essere relegata in clausura) proprio sul limitare della svolta tridentina, quando l’autonomia delle guide spirituali femminili cominciava a essere percepita dalle autorità religiose come una minaccia intollerabile.

La svolta tridentina e il controllo inquisitoriale (1580-1650)

Con la conclusione del Concilio di Trento (1563) e l’inasprimento del controllo inquisitoriale, la Chiesa controriformistica accentrò a sé in modo drastico il monopolio della santità. L’esperienza della “santa viva” libera, itinerante o legata direttamente alle corti laiche fu smantellata.

La santità femminile deveva essere ricondotta rigorosamente entro gli argini della clausura monastica e dell’obbedienza cieca al confessore deputato dalle gerarchie. La risposta al carisma libero non è più il mecenatismo, ma la creazione della specifica fattispecie del reato di “santità simulata” (affectata sanctitas).

Il carisma normalizzato

Nel Viceregno di Napoli, la figura di Orsola Benincasa (1547-1618) rappresenta il capolavoro della negoziazione tra un carisma travolgente e le strutture di controllo del potere civile ed ecclesiastico. Figlia di un modesto muratore, Orsola iniziò ad avere visioni estatiche e a pronunciare profezie di riforma per la Chiesa, conquistando una vasta fama popolare.

In piena Controriforma, la sua condotta insospettì subito le autorità. Nel 1582 fu condotta a Roma e sottoposta a un severissimo esame inquisitoriale, diretto da una commissione di cui faceva parte anche Filippo Neri. Qui Orsola comprese che l’unico modo per far sopravvivere la propria esperienza era l’auto-disciplinamento.

Accettò la supervisione dell’Ordine dei Teatini, fondò le Oblate dell’Immacolata Concezione e le Eremite Contemplative sul colle del Vomero, e trasformò la sua carica profetica in una risorsa politica per il Viceregno spagnolo. Orsola divenne lo scudo spirituale di Napoli contro la minaccia ottomana e contro le catastrofi naturali (il Vesuvio, la peste), ottenendo protezione dalle élite spagnole in cambio della totale sottomissione alle regole della Chiesa istituzionale.

La santità simulata

Se Orsola Benincasa accettò il compromesso istituzionale, la repressione giudiziaria dell’Inquisizione segnò la sorte di altre figure mistiche napoletane.

Il prototipo di questa svolta fu Alfonsina Rispoli (1553-1611), il cui processo negli anni Ottanta del Cinquecento costituì il primo vero e proprio caso di “santità simulata” formalmente istruito e represso a Napoli all’indomani del Concilio di Trento.

Terziaria di estrazione popolare, la Rispoli aveva raccolto attorno a sé un vasto seguito devozionale grazie a visioni e presunte stimmate. Per quanto lei avesse le migliori intenzioni di sottostare al vaglio delle autorità, la sorte le fu avversa: il Sant’Uffizio bollò la sua autonomia spirituale come un inganno diabolico, terminando la vicenda con la condanna e la reclusione coatta della donna in monastero.

La repressione processuale

Questo precedente aprì la strada al caso di Giulia Di Marco (1574/1575-?). Anch’ella di origine popolana, la Di Marco rappresentò l’evoluzione matura e aristocratica della mistica urbana a Napoli. Tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento, divenne la figura carismatica di riferimento di una vasta congregazione devozionale – nota come i Caritativi – avvalendosi della regia direttiva di un sacerdote e di un avvocato.

Il carisma di Giulia fu immenso: predicava una via d’unione diretta con Dio che prescindeva dalle penitenze esteriori, attirando devoti dai quartieri popolari fino ai vertici dell’aristocrazia vicereale. A questo punto nella vicenda della Di Marco intervennero i padri Teatini, protettori di Orsola Benincasa: questi la indicavano come eretica o, più probabilmente, temevano che la sua popolarità potesse oscurare quella di Orsola. Da questa rivalità sorsero due fazioni opposte. La prima, ostile alla Di Marco, era guidata dai Teatini e appoggiata dal Sant’Uffizio romano; la seconda, composta dai Gesuiti e da alcuni esponenti del Viceré di Napoli, sosteneva la religiosa anche con intenti anti-romani. Nel 1614 la tensione portò persino a un confronto diretto tra la Di Marco e la Benincasa, a seguito del quale quest’ultima si disse convinta della matrice diabolica delle pratiche della rivale.

Nel processo inquisitoriale del 1614-1615, Giulia Di Marco e il suo entourage furono accusati di “finta santità”, quietismo, finzione di stimmate ed eresia. Giulia fu costretta a un’abiura pubblica nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma e incarcerata a vita in Castel Sant’Angelo.

“SEI TUTTA TENEBRE”

Nel contesto veneto-friulano della metà del Seicento lo stesso meccanismo colpì la mistica laica Marta Fiascaris (1610-1656), figlia di un’ebrea convertita al cristianesimo. Originaria di San Daniele del Friuli, dotata di spiccata cultura e di un carisma profetico dirompente, Marta andò ben oltre le consuete rivelazioni private: giunse a mettere per iscritto le proprie visioni in testi dai toni fortemente provocatori – spingendosi a formulare un vero e proprio “Vangelo secondo Marta” – in cui rivendicava un dialogo diretto e privilegiato con Dio (“Io sono la quarta persona della Divina Trinità”, proclamava tra le altre amenità) e sosteneva tesi teologiche eversive, come la salvezza dei bambini non battezzati prigionieri nel limbo.

Attorno a Marta Fiascaris si consolidò una rete fitta di devote (da donne di estrazione popolare a gentildonne friulane, triestine e carinziane), affiancata dal sostegno attivo del clero locale e di diversi frati cappuccini e teologi. Questa fazione devozionale finì per scatenare una vera e propria spaccatura e una guerra d’influenza tra gli ordini religiosi del territorio, contrapponendo chi ne difendeva l’ortodossia a chi la accusava di eresia.

Il Sant’Uffizio reagì in modo inflessibile: a partire dal 1639 l’Inquisizione di Udine promosse un estenuante e decennale iter processuale contro Marta Fiascaris. Imputata di 56 capi d’accusa che spaziavano dalla santità simulata all’eresia e all’illusione diabolica, Marta mantenne un atteggiamento di fiera resistenza, difendendo la verità delle proprie rivelazioni. La parabola giudiziaria si concluse nel 1653 con una severa condanna a dieci anni di carcere. Stremata dalla reclusione e gravemente malata, trascorse i suoi ultimi anni tra la prigione, l’ospedale e il confino coatto a San Daniele.

Il controcanto maschile

(Solo due esempi vincolati al romanzo.)

La natura funzionale della santità rispetto al potere non è una prerogativa femminile, ma trova nei modelli maschili una conferma speculare e fondamentale. L’analisi di due figure distanti tra loro otto secoli – Francesco d’Assisi e Carlo Acutis – dimostra come l’appropriazione, l’addomesticamento e la rifunzionalizzazione del carisma da parte delle istituzioni siano costanti strutturali della storia della Chiesa.

l’addomesticamento del radicalismo

Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) irruppe nel XIII secolo con una carica evangelica e pauperistica potenzialmente eversiva. Il suo rifiuto totale della proprietà, nonché della gerarchia e della violenza feudali, rischiava di travolgere le basi della Chiesa dell’epoca di Innocenzo III, già minacciata dai movimenti ereticali (catari e valdesi).

La reazione del papato fu invece l’inglobamento funzionale, consentito dalla totale sottomissione dei frati minori originari a qualsiasi sacerdote. Innocenzo III e il cardinale Ugolino dei Conti di Segni (futuro Papa Gregorio IX) compresero che distruggere Francesco significava regalare la sua carica rivoluzionaria all’eresia. La Curia romana attuò quindi una sofisticata opera di addomesticamento. La radicalità della povertà assoluta fu progressivamente smussata e giuridificata per rendere l’ordine francescano governabile e utile alla Chiesa nell’amministrazione della devozione urbana e della cultura universitaria, nonché dell’ortodossia attraverso il tribunale dell’Inquisizione. Inoltre, la biografia originale di Francesco subì ripetute riscritture istituzionali, culminando nella Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio. Nel 1266, il Capitolo Generale dell’Ordine a Parigi ordinò la distruzione fisica di tutte le biografie precedenti che mostravano un Francesco troppo radicale (leggi: aderente al Vangelo) o troppo umano.

Le autorità ecclesiastiche sostituirono così il Francesco reale, scandaloso e lacerato dal conflitto con i suoi stessi frati, con l’icona pacificata del “santo che parlava agli uccelli”, un’immagine inoffensiva e perfettamente funzionale al potere.

l’invenzione del santo bro

Carlo Acutis (1991-2006) ci offre l’esempio più recente di come le istituzioni costruiscano e utilizzino la santità come strumento di pedagogia politica e apologetica istituzionale. Laico, giovanissimo, appassionato di informatica e con una religiosità profonda e sentimentale, Carlo Acutis è morto a solo 15 anni per una leucemia fulminante. La sua elevazione a beato e poi a santo da parte della Chiesa ha avuto tempistiche senza precedenti nella storia recente: solo 19 anni.

In un’epoca in cui la Chiesa cattolica affronta una profonda crisi di secolarizzazione e l’allontanamento delle giovani generazioni, la comunicazione diocesana e vaticana ha perimetrato e promosso accuratamente la figura di Carlo Acutis, proclamandolo “patrono dell’Internet” e modello per i millennial. La sua immagine (la felpa, le scarpe da ginnastica, la passione per il coding) è usata, anche in modo spesso pretestuodo e arbitrario, per dimostrare la compatibilità tra la modernità tecnologica e la dottrina cattolica tradizionale.

Come per le “sante vive” del Rinascimento o per Francesco d’Assisi, la complessa realtà interiore di un adolescente del XXI secolo è stata condensata in uno schema agiografico rigidamente standardizzato, selezionando solo gli aspetti utili alla strategia di comunicazione globale. Con tanto di “guerra delle reliquie” tra la Diocesi di Assisi e il mercato nero di Internet (ironia del patronato…).

La santità come funzione del potere

L’esame incrociato di queste figure rivela come le categorie di “autentica santità”, “finta santità” e “stregoneria” siano esiti giuridico-politici determinati dall’interazione tra il soggetto mistico e le strutture di governo. Dalle corti rinascimentali della Val Padana ai tribunali controriformistici del Viceregno di Napoli, fino alla comunicazione globale del XXI secolo, la storia della santità si rivela come la storia dell’appropriazione istituzionale del carisma.

La santità non esiste come dato puro: esiste solo in quanto riconosciuta, narrata, perimetrata o repressa dalle strutture di governo. Quando Lucia Brocadelli o Orsola Benincasa offrivano stabilità alle dinastie e conforto alla popolazione entro i binari consentiti, il potere concedeva loro lo statuto di “sante”; quando Giulia Di Marco o Gentile Budrioli tentavano di esercitare la medesima influenza al di fuori dei canali autorizzati o in momenti di crisi sistemica, il medesimo potere etichettava la loro esperienza come “santità simulata” o “maleficio”.

In questo senso, il filo rosso che collega le terziarie del Quattrocento a Carlo Acutis è unico: la santità è il feticcio supremo con cui le istituzioni traducono l’imponderabile della fede in uno strumento permanente di governo degli uomini e delle società.

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