Karma for dummies: il Karma Yoga all’inferno

Karma for dummies

Agyapal e GM Turi

L'unione, come si dice, fa la forza. Anche noi ce lo diciamo e ce lo ripetiamo. E, sinceramente, ci crediamo.

Il termine “karma” è probabilmente uno dei più abusati, fraintesi e sviliti del vocabolario spirituale moderno. Nato nella filosofia vedica e cristallizzato nella Bhagavad Gita, questa parola è oggi ridotta a una sorta di meme metafisico, un hashtag da lanciare contro chi subisce un torto o una sventura. Lo usiamo come a dire: “c’est la vie”, o peggio, come una forma di compiacimento per la sfortuna altrui. Ma dietro questa semplificazione si nasconde un’insidia morale devastante che finisce per giustificare l’orrore, anestetizzare l’empatia e distorcere il rapporto tra l’uomo e il divino.

La banalizzazione del Karma come vendetta

Nella cultura pop, il karma è diventato il braccio armato di una giustizia occasionale a buon mercato. Quando diciamo “è il suo karma”, spesso stiamo sottintendendo che quella persona “se l’è cercata”. Questa visione trasforma una legge cosmica di causa-effetto in un sistema di premi e punizioni degno di un registro scolastico. Se metto la mano sul fuoco, mi brucio. Non è una colpa, è un effetto. Se nasco in una guerra (solo un esempio tra mille), che magari è l’effetto di secoli di odio, io, come parte dell’umanità coinvolta, ne eredito la responsabilità, non la colpa.

Il problema non è solo linguistico, ma etico. Usare il karma per dire “c’est la vie” di fronte al dolore altrui, ammantandolo di una presunta necessità spirituale, è solo un modo per lavarsene le mani, con la scusa che esiste un “contabile invisibile” che sta pareggiando i conti.

Ma se tutto è meritato, allora nulla è ingiusto.

E se nulla è ingiusto, perché dovremmo lottare contro il male?

Il paradosso del credere in Dio: è amore o contabilità?

Come può coesistere l’idea di un Dio che è amore infinito con un sistema karmico interpretato come punizione retroattiva?

Se accettiamo la visione popolare del karma, ci troviamo di fronte a una divinità (o a un ordine universale) che permette la sofferenza atroce degli innocenti affinché questi espiino le colpe commesse in vite precedenti, anche se non ne hanno memoria. Questa interpretazione trasforma la spiritualità in una forma di determinismo bancario efferato: da parte tua i conti vanno tutti saldati, anche a costo di mandarti a vivere in strada; se invece a fallire è la banca…

In questo scenario, il concetto di amore diventa grottesco. Resta solo una fredda transazione economica tra l’anima e il cosmo.

Il Karma Yoga, cioè l’azione senza attaccamento

Per ritrovare il vero significato del karma, dobbiamo tornare alla fonte: la Bhagavad Gita. Nel Karma Yoga, la parola “karma” non significa “destino” o “punizione”, ma semplicemente “azione”.

“Hai il diritto di compiere i doveri che ti sono propri, ma non disponi di alcun diritto sui frutti delle tue azioni. Non considerarti mai la causa dei risultati delle tue attività, né lasciarti mai andare all’inazione.” (Bhagavad Gita, 2.47)

“Pertanto, abbandonando ogni attaccamento, compi le tue azioni come un dovere; poiché operando senza essere attaccati ai frutti, si raggiunge il Supremo.” (Bhagavad Gita, 3.19)

Il messaggio di Krishna ad Arjuna è opposto alla visione moderna. Il Karma Yoga è la via della liberazione attraverso l’azione consapevole. Non si tratta di accumulare punti per una vita futura migliore ma di agire nel presente perché è giusto farlo, senza lasciare che il desiderio del risultato (il “premio”) o la paura delle conseguenze avvelenino l’atto.

In questo senso, il karma non è una condanna che viene dal passato, ma una responsabilità che nasce nel presente. Non è una catena che ci trascina, ma lo strumento con cui l’uomo esercita la sua libertà nel “qui e ora”.

Ma di quali doveri parliamo?

“Tutti gli esseri viventi sussistono grazie al cibo, e il cibo è prodotto dalle piogge. Le piogge derivano dal compimento del sacrificio, e il sacrificio è prodotto dal compimento dei doveri prescritti.” (Bhagavad Gita, 3.14)

“I doveri per gli esseri umani sono descritti nei Veda, e i Veda sono manifestati da Dio Stesso. Pertanto, il Signore che tutto pervade è eternamente presente negli atti di sacrificio.” (Bhagavad Gita, 3.15)

E cos’è il sacrificio?

“Coloro che hanno una mente spirituale e mangiano cibo prima offerto in sacrificio, sono liberati da ogni sorta di peccato. Gli altri, che cucinano il cibo solo per il proprio piacere, in verità mangiano solo peccato.” (Bhagavad Gita, 3.13)

Siamo abituati a intendere il sacrificio (‘sacer-facere’ rendere sacro) come un dono vegetale o animale (o umano…) all’altare di un dio o di una dea, ma nel senso più vero il sacrificio significa togliere qualcosa da sé per devolverlo alla divinità e/o alla comunità con cui si vive in unione.

La contaminazione con il peccato originale

È inquietante notare come la mentalità occidentale abbia rivisitato il karma ibridandolo con il proprio pensiero abituale di peccato originale.

Il peccato originale, nella sua interpretazione più rigida, è una colpa ontologica: nasciamo “sbagliati”, ereditando un debito che non abbiamo contratto personalmente. La visione moderna del karma ricalca questo schema: la persona nasce “condannata” a certe sofferenze a causa di un passato che non le appartiene più coscientemente.

Questa sovrapposizione è tossica perché sposta il baricentro della vita dalla trasformazione alla punizione. Se il karma è visto come una maledizione ereditata da noi stessi, ma in altre versioni, il karma diventa una prigionia. Molti usano questa idea per giustificare l’indifferenza: “Se quel popolo vive in miseria, è il loro karma”. Questo non è pensiero spirituale; è l’utilizzo di una categoria trascendente per giustificare lo status quo e l’ingiustizia sociale.

Colpa vs. responsabilità, una distinzione necessaria

Per uscire da questo vicolo cieco, dobbiamo separare nettamente i concetti di colpa e responsabilità.

La colpa è un vicolo cieco emotivo che produce vergogna o risentimento, si cerca un colpevole da punire. Se diciamo che un bambino malato ha la “colpa” di aver agito male in una vita passata, commettiamo un crimine logico e morale.

La responsabilità, invece, riguarda la capacità di dare una risposta (re-sponsus). Io non sono “colpevole” della pioggia che allaga la mia casa, ma sono “responsabile” di come agisco per proteggere chi vi abita o per aiutare il vicino.

Il vero insegnamento del karma dovrebbe essere che non importa perché ti trovi in questa situazione (il passato è inaccessibile), ciò che conta è come rispondi ora. La sofferenza degli innocenti non va “spiegata” con il karma per renderla accettabile, va accolta con compassione e combattuta con responsabilità. Usare il karma per giustificare il dolore altrui è un modo per negare la nostra responsabilità di soccorrere l’altro.

L’indifferenza come patologia spirituale

L’implicazione più malevola della banalizzazione del karma è l’indifferenza. Se credo che ognuno riceva ciò che merita, la mia empatia si spegne. Il povero, il malato, l’oppresso diventano attori di un dramma che si sono scritti da soli. Al contrario “essere nel flow” significa perlopiù non rendersi conto e non dare conto dei privilegi che ci sono caduti addosso e pensare invece che ce li siamo meritati, come un capitale ereditario.

La spiritualità autentica non ci chiede di essere spettatori indifferenti del destino altrui, ma di riconoscerci nell’altro. Se vedo qualcuno soffrire e dico “è il suo karma”, sto commettendo un’azione (un karma) di egoismo e separazione che mi incatena molto più di qualsiasi errore passato.

L’idea che “se è successo, se lo meritavano” è una forma di meccanismo di difesa psicologico. Abbiamo paura della casualità e dell’ingiustizia del mondo, quindi ci inventiamo un sistema dove tutto è in ordine, anche se quell’ordine è crudele. Preferiamo un Dio contabile ed esattore a un universo dove il male può colpire a caso, perché il primo ci dà l’illusione del controllo.

Il karma, se spogliato dalle incrostazioni di “peccato originale” e dalle banalizzazioni da social media, torna a essere ciò che era nel pensiero orientale più alto: una chiamata alla presenza.

Karma Yoga ed esistenzialismo a confronto

Jean-Paul Sartre, pilastro dell’esistenzialismo, sosteneva che “l’uomo è condannato a essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa. Questa espressione, apparentemente paradossale, risuona con forza se accostata alla critica della banalizzazione del karma.

Per Sartre, non esiste un Dio contabile, né un destino scritto nelle stelle o in vite precedenti, che possa giustificare il nostro stato presente. Se io sono in una determinata situazione, sono io che le do un significato attraverso le mie scelte.

Questa prospettiva distrugge alla radice l’alibi del karma-punizione. Se usiamo il karma per dire “è andata così perché doveva andare così”, stiamo compiendo quella che Sartre chiamava malafede (mauvaise foi): mentire a se stessi per sfuggire al peso della propria libertà. Dire che un bambino soffre per il suo karma è un atto di malafede suprema, perché sposta la causa in un altrove metafisico per non dover affrontare l’angoscia della nostra impotenza o il dovere della nostra azione riparatrice.

Il Karma Yoga, l’azione che libera

Nel Karma Yoga della Bhagavad Gita, l’azione non è un debito da pagare, ma un’offerta (un sacrificio?). La distinzione è sottile ma vitale.

Se agisco per riparare una colpa passata, sono ancora schiavo dell’ego e del tempo. Se invece agisco seguendo il mio Dharma (il mio dovere etico-morale, detto in modo semplificato) senza attaccamento al risultato, sto spezzando la catena del karma.

Qui il Karma Yoga incontra l’esistenzialismo: l’importanza non risiede nel perché mi trovo sul campo di battaglia (Arjuna si trova lì per una complessa serie di eventi familiari e politici), ma nel come decido di starci. La responsabilità non è verso il passato, ma verso l’atto presente stesso.

Viktor Frankl, lo psichiatra sopravvissuto ad Auschwitz, osservò che chi sopravviveva psicologicamente nei campi era chi riusciva a trasformare la sofferenza in una forma di compito. Non cercavano una giustificazione karmica per l’orrore; cercavano una responsabilità verso i compagni, verso un’opera incompiuta, verso un ideale.

Questo è il vero Karma Yoga applicato all’inferno: agire con dignità nel presente, nonostante il peso di circostanze che non abbiamo scelto.

Chi dice “c’est la vie” di fronte al dramma altrui sta, di fatto, negando il principio fondamentale di ogni vera via spirituale: l’unità. Se io e l’altro siamo uno, la sua sofferenza è la mia, e la causa (passata o presente) è irrilevante rispetto al dovere dell’assistenza.

Platone e l’enigma della scelta

Per Platone, la Giustizia è uno stato di equilibrio. Nel decimo libro della Repubblica, con il celebre Mito di Er, Platone affronta direttamente il tema della reincarnazione e della responsabilità, offrendo una risposta straordinaria alla domanda: Perché soffriamo?

Il racconto parla di Er, un soldato tornato dal regno dei morti, che descrive come le anime, prima di reincarnarsi, debbano scegliere il loro prossimo modello di vita. Non è una divinità a imporre un destino come punizione per i peccati passati; sono le anime stesse a scegliere tra una serie di “lotti di vita” messi a disposizione.

“La colpa è di chi sceglie; il dio non ne ha colpa.” (La Repubblica X, 617e)

Platone cerca di scagionare il divino dall’accusa di crudeltà. Se la vita di un uomo è misera, non è perché un dio cattivo lo ha punito, ma perché l’anima — per mancanza di saggezza o per eccessiva bramosia — ha scelto quel modello di vita senza esaminarne le conseguenze.

La sofferenza allora non è un “premio negativo” per una colpa morale: è la conseguenza logica di una scelta non consapevole.

L’anima è responsabile non perché è “colpevole” in senso giudiziario, ma perché l’atto della scelta le appartiene.

Giustizia come ordine, non vendetta

Per Platone, la giustizia nell’anima (e nello Stato) si ha quando ogni parte svolge la propria funzione: la ragione guida, l’emozione sostiene, l’istinto obbedisce.

Quando questa armonia si rompe, nasce il dolore. In questo senso, il “male” nel mondo non è un’entità creata da Dio, ma è l’assenza di ordine. Perché ogni cosa sacra sta al suo posto.

Banalizzare il karma dicendo “se lo meritava” è, in termini platonici, un atto di profonda ignoranza. Se una persona soffre, la risposta platonica non è l’indifferenza, ma l’educazione e la cura, perché un’anima che soffre è un’anima in disordine.

Nella Repubblica, Platone spiega che l’individuo non è un’isola. La giustizia del singolo riflette quella dello Stato. Se un bambino soffre in una società ingiusta, la “colpa” non è del karma del bambino, ma del disordine dei governanti e della collettività.

La responsabilità legale ed esistenziale cade su chi ha il potere di agire. Se giustifichiamo la fame nel mondo col karma, stiamo accettando uno “Stato malato” rinunciando alla nostra funzione di custodi dell’armonia.

Detto altrimenti:

“Compiendo i propri doveri prescritti, il Re Janaka e altri raggiunsero la perfezione. Anche tu dovresti compiere i tuoi doveri, per dare l’esempio e per il bene del mondo. Qualunque azione le grandi persone compiano, la gente comune le segue. Qualunque standard esse stabiliscano, tutto il mondo lo persegue.” (Bhagavad Gita, 3.20-21)

“Come gli ignoranti compiono i propri doveri con attaccamento ai risultati, o discendente di Bharata, così il saggio dovrebbe agire senza attaccamento, al fine di guidare le persone sulla retta via.” (Bhagavad Gita, 3.25)

Dalla “colpa” del trauma alla responsabilità della cura

C’è un motivo psicologico preciso per cui la frase “è il suo karma” (intesa come se lo meritava) ha così tanto successo: ci protegge dall’orrore della casualità. Se accettiamo che a un bambino innocente possa accadere il male senza un “perché” metafisico, dobbiamo accettare che quel male possa colpire anche noi, in qualsiasi momento, senza preavviso.

In psicologia sociale, questo fenomeno è noto come Ipotesi del mondo giusto. È una distorsione cognitiva (bias) secondo cui le persone tendono a credere che il mondo sia intrinsecamente giusto e che, di conseguenza, ognuno riceva ciò che merita.

Quando vediamo qualcuno soffrire, proviamo angoscia. Per ridurre questa angoscia, ci convinciamo che la vittima abbia fatto qualcosa per meritarsi quella sofferenza.

In questo contesto, la parola “karma” diventa lo strumento perfetto per la colpevolizzazione della vittima. Dire “è il suo karma” non è un atto spirituale; è un meccanismo di difesa egoico per sentirci al sicuro. Se lui soffre perché è “colpevole”, e io invece mi comporto bene, a me non succederà nulla.

Questa è la negazione assoluta del Karma Yoga della Gita: invece di agire con distacco e compassione, agiamo con giudizio per proteggere il nostro piccolo ego terrorizzato.

Si tratta in pratica di un’altra forma di spiritual bypassing, la tendenza a usare idee spirituali per evitare di affrontare emozioni dolorose, ferite psicologiche o compiti evolutivi.

Riassumendo…

Amiche e amici,

  • “Karma” e “C’est la vie” non sono sinonimi
  • Il cosmo ha un suo ordine, che non è necessariamente quello che vorremmo
  • Colpa è una parola d’ambito morale
  • Responsabilità è una parola d’ambito legale
  • La responsabilità reciproca tra gli esseri umani è un dovere esistenziale
  • La contabilità divina è un vizio di casta
  • I bambini sono sempre innocenti e gli adulti sono sempre responsabili (anche se non sempre colpevoli)
  • Chi gestisce il potere tra gli uomini è colpevole agli occhi di Dio e responsabile agli occhi degli altri uomini
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Lo yoga è molto più di semplici posture o di una pratica sul tappetino. È un dialogo profondo tra il corpo e l’anima, un sentiero che si svela con ogni respiro, un’arte che affina la percezione e amplia la consapevolezza. È un invito a riscoprire sé stessi, a muoversi nella vita con equilibrio, presenza e autenticità.

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