Difendi il tuo intuito contro il gaslighting psicologico

Difendi il tuo intuito contro il gaslighting psicologico

GM Turi

Insegno lingua e cultura italiana stranieri. Sono il fotografo di YogAssisi e il curatore didattico della scuola Satkama Yoga.

L’eclissi dell’io

Siamo immersi in un’epoca in cui viviamo in perenne sospetto verso noi stessi. Se i nostri antenati cercavano la verità guardando le stelle o scavando nel proprio cuore, oggi ci viene insegnato che entrambi i punti di vista sono strutturalmente fallaci. È in atto un sottile, sistematico attacco al buon senso e all’intuito: una forma di gaslighting intellettuale che mira a espropriarci della nostra capacità di comprendere il mondo in autonomia, lasciandoci nudi e vulnerabili di fronte alle “verità” preconfezionate dal sistema.

Questo attacco si nutre del “demone” di certa psicologia moderna e delle interpretazioni pseudo-mistiche (ma non improprie) delle filosofie orientali, che dipingono l’io, ovvero l’ego, come l’origine assoluta di ogni male, errore e illusione. Colpevolizzando ogni slancio della personalità e bollando ogni percezione individuale come una “trappola egoica”, veniamo spinti verso la paralisi. E se il mio “io” è per definizione ingannevole e il mio intuito è solo un riflesso dell’ego, smetto di lottare per la mia verità e mi consegno, inerte e inerme, nelle mani degli esperti.

La psicologia come arma di distruzione di massa

Il concetto di “gaslighting” descrive una manipolazione psicologica in cui la vittima viene indotta a dubitare della propria percezione della realtà. Se applichiamo questo alle divulgazioni (e divagazioni) di massa, il quadro è inquietante. Attraverso una pioggia costante di informazioni su quanto il nostro cervello – ormai da tempo sede unica delle nostre esperienze nel mondo – sia “difettoso”, veniamo spinti verso quella che in psicologia viene chiamata “impotenza acquisita o appresa” (learned helplessness).

L’impotenza acquisita è lo stato in cui un individuo, dopo essere stato ripetutamente esposto a stimoli negativi che non può controllare, smette di cercare una via d’uscita, anche quando questa diventa disponibile. Nel contesto attuale, lo “stimolo negativo” è la delegittimazione sistematica del nostro intuito e del nostro buon senso. Se ogni giorno ci viene detto che siamo schiavi di bias cognitivi, che le nostre percezioni sono illusioni e che il nostro sentire non ha valore scientifico, finiamo per arrenderci.

L’obiettivo, più o meno consapevole, è la creazione di una dipendenza totale (emotiva, intellettuale ed esistenziale) dagli esperti. Se io non posso fidarmi di me stesso, devo per forza fidarmi di qualcun altro: dello psicologo per i miei sentimenti, del medico per il mio corpo, del divulgatore per la mia visione del mondo. Questa paralisi del giudizio individuale non è un incidente di percorso, ma il risultato di una narrazione sociale che ci vuole esseri “quasi-meccanici” e, per questo, di conseguenza, incapaci di autodeterminazione (è la vecchia retorica filantropica vittoriana riciclata in salsa 2.0).

Il meccanicismo dell’irrazionale

Opere come Prevedibilmente irrazionale di Dan Ariely hanno avuto il merito di illuminare le scorciatoie mentali (bias cognitivi) che il nostro cervello percorre. Tuttavia, la narrazione derivata da questi studi ha preso una deriva nichilista. L’essere umano è stato ridotto a un fascio di automatismi spesso malfunzionanti.

Se ogni nostra scelta è “prevedibilmente irrazionale”, allora nessuna nostra intuizione ha più cittadinanza nel regno della verità. Siamo passati dall’essere “animali razionali” all’essere “macchine biologiche difettose”. Questa riduzione serve a giustificare il controllo: se siamo irrazionali per natura, allora dobbiamo essere guidati, monitorati e spinti verso le scelte giuste da chi possiede la scienza o i dati e gli algoritmi. In questo scenario, la libertà di scelta diventa un pericolo e l’autonomia intellettuale un’eresia.

La morte dell’anima

Il filosofo Marco Vannini, nel suo saggio La morte dell’anima, delinea con precisione il punto di rottura: la modernità ha confuso la psiche (l’insieme dei processi emotivi, biologici e reattivi) con l’anima (la scintilla spirituale e l’intelletto superiore).

Riducendo l’uomo a pura biologia o a puro comportamento misurabile, abbiamo espunto il trascendente dall’equazione umana. Se l’anima è “morta” – o meglio, se abbiamo dimenticato come guardarla – l’intuizione non è più una guida, ma un rumore di fondo elettrochimico. In un mondo disanimato, non esiste verità che non sia misurabile in laboratorio. Ma la verità, come sapevano i mistici e i veri filosofi, non è solo una questione di dati: la verità è una questione di senso. L’attacco al buon senso è, in fondo, un attacco alla nostra capacità di dare senso al mondo in modo veritiero senza chiedere il permesso o ricorrere agli apparati burocratici, scientifici e tecnologici.

L’intuizione: un istinto accresciuto dalla ragione

Per reagire a questo esproprio, è necessario riabilitare l’intuizione.
Spesso l’intuizione viene confusa con l’emozione passeggera, con il capriccio o con ‘le sensazioni di pancia’, ma non è così. L’intuizione non è il rifiuto della logica, ma la sua massima accelerazione: è l’istinto accresciuto dalla ragione.

L’intuizione si nutre della nostra esperienza individuale e dei segnali sottili che il corpo e la mente colgono prima ancora che il linguaggio possa articolarli. È quella sensazione di “qualcosa che non torna” – o che torna fin troppo bene, magari – e che ci avverte del pericolo o ci indica la via. Tuttavia, non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore opposto, cioè nella fede cieca nel sentire. L’intuizione va educata e sottoposta al vaglio della ragione. Essa, infatti, può essere imprecisa perché:

  1. ci sono fenomeni che esulano dalla nostra esperienza individuale – e quindi al trovarseli davanti per la prima volta si può essere colti di sorpresa, attivando cioè una risposta più vicina all’istinto che all’intuizione;
  2. non tutto si ripete in modo chiaramente riconoscibile – eventi con le medesime qualità, o veicolanti significati analoghi, possono presentarsi a noi con modalità non chiaramente omologabili, lasciandoci pensare che quindi abbiano qualità diverse o veicolino diversi significati – riconoscere gli schemi non è sempre facilissimo;
  3. gli altri non sono necessariamente come noi, e proiettare il proprio sentire sull’altro può generare errore – nel senso che l’intuizione è sempre un fenomeno personale e non mettere in conto le diversità umane può farci mal interpretare/giudicare le ragioni e sentimenti dell’altro.

Dunque, quando in un’esperienza interpersonale sentiamo una dissonanza interiore, o anche una consonanza, non dobbiamo ignorarla bollandola come bias cognitivo, né seguirla acriticamente. Dobbiamo farla passare al vaglio della nostra ragione animata.

La ragione animata: oltre la prigionia materialista

Cos’è la ragione animata? La definirei come l’intelletto che si avvale di tutti gli strumenti della razionalità (logica, analisi, osservazione), includendo nei suoi ragionamenti le ragioni dell’anima. Queste ragioni non sono necessariamente materialistiche.

La ragione puramente meccanica osserva il mondo come un insieme di oggetti da manipolare; la ragione animata lo osserva come un tessuto di significati. La ragione animata riconosce che l’essere umano non vive di solo pane, ma di bellezza, di giustizia e di verità, tra le altre cose, per quanto queste siano esperienze e concetti che variano nello spazio (geografia) e nel tempo (storia). Sottoporre un’intuizione al vaglio della ragione animata significa allora domandarsi, per esempio: “Ciò che sento risponde a una verità profonda che onora la mia vita, oppure è frutto della mia paura?”. Un intuito allenato, sostenuto da questa forma di pensiero, diventa una bussola quasi infallibile (e dico “quasi” solo perché non posso avvalermi di statistiche in merito).

Dio è nelle relazioni

Quali sono le ragioni non materialistiche dell’anima?

Il divino non parla solo attraverso dogmi o testi sacri, ma si manifesta nei canali relazionali attraverso cui ci conosciamo l’un l’altro. È nello spazio sacro tra me e te che Dio ci fa sentire la sua voce. Questa voce non è un comando esterno, ma un informare cuore e mente che in primo luogo può attivare l’intuizione e che poi possiamo rielaborare nel silenzio delle nostre riflessioni. Per questo l’ego non va mai considerato un nemico, anche quando è disfunzionale: ci si migliora, ci si affina e i problemi sorgono solo quando la nostra disfunzionalità eventualmente ricade su qualcun altro. Ma finché si vede l’altro come separato da sé, è difficile trovare soluzioni vere.

Quando riconosciamo il divino nell’altro, il nostro modo di ragionare cambia: non è più predatorio o meramente utilitaristico, ma diventa partecipativo, collaborativo, comprensivo. Questa è la base della ragione animata: un pensiero che non separi il sentimento dalla logica.

Alle radici del problema: zeitgeist o minaccia metafisica?

Sorge a questo punto una domanda cruciale: perché questo attacco al buon senso è così pervasivo e violento proprio oggi? Posso individuare due spiegazioni, forse le due facce della stessa medaglia.

Da un lato, potremmo chiamare in gioco lo zeitgeist (lo spirito dei tempi). In questa visione, la situazione presente è il risultato naturale e quasi inevitabile di secoli di bullismo razionalista, spiritualità anticristiche, capitalismo esasperato e materialismo trionfante. È la deriva di una civiltà che ha deciso di scommettere tutto sul controllo tecnico del mondo, finendo per considerare l’uomo stesso come un oggetto da ottimizzare. È un’inerzia culturale che, per eccesso di scienza, ha smarrito la sapienza.

Dall’altro lato, però, non possiamo ignorare una spiegazione più profonda e inquietante: la presenza del male metafisico nella storia umana. In questa prospettiva, l’attacco all’intuito e alla ragione animata è una strategia deliberata del “divisore” (diabolos). Se l’anima è il punto di contatto tra l’uomo e Dio, e se l’intuizione è il segnale di quel contatto, distruggere la fiducia dell’uomo nel proprio intuito significa reciderne il legame con il divino.

Indurre impotenza acquisita nell’essere umano è il capolavoro del diavolo: farci credere di essere macchine rotte ci porta a disconoscere, dimenticare e ignorare la nostra stessa natura divina. Se l’uomo non crede più di poter conoscere la verità attraverso la propria anima, diventa una foglia al vento, pronta a servire qualsiasi idolo (tecnocratico, farmaceutico o politico) che ci prometta sicurezza in cambio della nostra sovranità interiore.

La riconquista della sovranità

L’attacco al buon senso ha l’obiettivo di renderci insicuri, dipendenti e manipolabili. Dirci che scientificamente siamo sempre in “stato di errore” è il modo più veloce per farci smettere di pensare.

Riconquistare la nostra sovranità conoscitiva significa tornare a fidarsi dell’istinto nobilitato dalla ragione. Significa studiare la scienza senza diventarne schiavi; ascoltare la psicologia senza lasciarsi convincere di essere solo un ammasso di sfighe e di complessi; onorare la medicina senza dimenticare che la guarigione è un atto che coinvolge l’intero essere, corpo, mente e anima.

Che si tratti di una deriva culturale o di una battaglia spirituale contro le potenze dell’ombra, la soluzione rimane la stessa: coltivare una ragione animata. Una ragione che non teme il dubbio, ma che non si lascia paralizzare; che usa la logica per smascherare le menzogne del mondo, ma che tiene sempre un orecchio teso verso quel silenzio del cuore dove la voce di Dio, attraverso l’intuizione, continua a sussurrare la Verità.

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Imparare ad ascoltare, comunicare e accogliere è parte di un cammino di consapevolezza. Come ha detto qualcuno, “Dio si trova nelle relazioni”.

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