Da quando la psicologia ha messo la spiritualità al tappeto…
Agyapal e GM Turi
Viviamo da tempo in un mondo (occidentale) dove la psicologia ha preso il posto che apparteneva alla spiritualità e alla mistica. Tanto che sembra davvero che la psicologia abbia messo la spiritualità al tappeto.
Là dove prima ci si affidava agli dèi, o a Cristo attraverso la sua Chiesa, oggi si cercano spiegazioni nei traumi infantili, negli schemi relazionali, nei meccanismi difensivi. Là dove una volta si interpretavano i sogni come messaggi divini, oggi quelli si leggono come espressioni dell’inconscio a cui in fin dei conti non si dà alcuna importanza. C’è qualcosa di molto pratico e, al tempo stesso, straordinariamente limitante in questa trasformazione del nostro sguardo sugli esseri umani nel mondo. Come è possibile che la psicologia sia diventata la nuova spiritualità a uso dei laici? Quali sono le implicazioni di questa trasformazione?
Quando la vita si accendeva, nel desiderio o nella pena, o anche nella riflessione, gli eroi omerici sapevano che un dio li agiva. Lo subivano e lo osservavano, ma ciò che avveniva era una sorpresa innanzitutto per loro. Così spossessati della loro emozione, delle loro vergogne ma anche delle loro glorie, furono i più cauti nell’attribuirsi l’origine degli atti. (…) Nessuna psicologia ha fatto un passo oltre, da allora, se non nell’inventare, per quelle potenze che ci agiscono, nomi più lunghi, più numerosi, più goffi e meno efficaci, meno affini alla grana di ciò che accade, sia piacere o terrore. I moderni sono fieri soprattutto della loro responsabilità, ma così pretendono di rispondere con una voce di cui non sanno neppure se a loro appartiene. Gli eroi omerici non conoscevano una parola ingombrante come ‘responsabilità’, e non l’avrebbero creduta. Per loro, è come se ogni delitto avvenisse in stato di infermità mentale. Ma quell’infermità significa qui presenza operante di un dio. Ciò che per noi è infermità, per loro è ‘infatuazione divina’ (…) Il popolo ossessionato dalla ‘tracotanza’ (hýbris) era anche quello che guardò con la massima incredulità alla pretesa che ha il soggetto di fare qualcosa. Ciò che il soggetto sicuramente fa è il mediocre; appena un soffio di grandezza, di ogni genere, turpe o virtuosa, lo sfiora, non è più il soggetto ad agire. Poi il soggetto si accascia come un qualsiasi medium appena le voci lo abbandonano. (…) Ogni accrescimento subitaneo dell’intensità faceva entrare nella sfera di un dio. E, in quella sfera, quel dio si batteva o si alleava con altri dèi, su un’altra scena animata da figure. Da quel momento, ogni fatto, ogni scontro avveniva in parallelo, in due luoghi. Narrare una storia consisteva nell’intrecciare quelle due serie di eventi paralleli, renderle entrambe visibili. (…) Ogni termine umano si sdoppia in un ulteriore significato divino, ma le parole spesso rimangono identiche, e ogni storia avviene simultaneamente in cielo e in terra. L’illusionismo olimpico fa addirittura sembrare, talvolta, che la scena sia una sola. (…) Ma l’adiacenza e la familiarità non diminuiscono in alcun modo la distanza. (Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, 1988, pp.114-116)
Dalla voce degli dèi alla voce interiore
Quindi un tempo si riteneva che gli uomini, varcata la soglia della mediocrità, fossero agiti dagli dèi. Le azioni, i desideri, perfino le colpe, venivano letti come possessioni divine, manifestazioni di volontà che trascendevano quelle degli individui. Con l’avvento della modernità prima e poi delle società borghesi, questo modo di pensare si è dissolto:
- il meccanicismo razionalistico ha sostituito la magia;
- l’astronomia ha soppiantato l’astrologia (senza riuscire a scalzare minimamente l’affascino degli oroscopi);
- l’evoluzionismo di stampo darwiniano ha umiliato la creazione senza peraltro riuscire a motivarla;
- la parola “caso” ha preso spesso il posto della “volontà divina” (concetti entrambi imperscrutabili);
- la tecnologia ha progressivamente scalzato la filosofia, fino agli eccessi dei dialoghi filosofici con l’IA;
- la psicologia ha provato a risolvere i problemi degli uomini nel mondo cancellando dalle loro prospettive ogni necessità spirituale.
Tant’è che oggi nessuno di noi è più agito da forze esterne divine o diaboliche ma dalle proprie ferite infantili, dai propri traumi, dalle proprie situazioni familiari, e tutto il mondo è stato ridotto a monadi deambulanti in spazi vuoto di senso: ogni causa di azione è personale e storica, spesso squisitamente patologica (rispetto a una normalità decretata dai parametri del consesso civile).
Un tempo i testi sacri erano letti come verità assolute, miti fondanti, rivelazioni. Oggi, quando non considerati pure favole di menti primitive o studiati sotto il microscopio della storia e della filologia, i testi sacri sono interpretati attraverso le lenti della psicologia: le parabole evangeliche diventano allegorie di percorsi personali, le figure divine simboli dell’inconscio, i miracoli processi di auto-guarigione per via dell’effetto placebo, eccetera. Ma prima che la psicologia fosse codificata, come facevano gli uomini e le donne a trovare un senso alle proprie esistenze, a interpretare il dolore, a dare una forma al proprio posto nel mondo?
Forse non cercavano spiegazioni, ma vivevano all’interno di un mondo dove il mistero era accolto e non doveva necessariamente essere analizzato e razionalmente spiegato. Forse i molti non si curavano di dare un senso alle loro vite, dovevano pensare a sopravvivere; e per quelli con più tempo libero, o più inquieti o visionari, il mistero non era tanto qualcosa da ricondurre all’umano, ma un qualcosa a cui l’umano doveva aspirare. Quegli uomini, sicuramente più temprati alle durezze della vita e spesso più crudeli, stabilivano forse però rapporti di maggiore intimità con il mondo che li circondava. Un mondo in cui l’individualità non era ancora il centro indiscusso di un universo per il resto assolutamente relativo e la vita aveva senso anche perché abitata da entità viventi più grandi e più piccole degli esseri umani, anche se magari imperscrutabili.
Il “cervello spirituale” è un’illusione?
Oggi (e da tempo), invece, sembra che ogni esperienza debba essere sezionata, giustificata, razionalizzata. Nulla può o dovrebbe restare inspiegato, tutto deve essere inquadrabile in una diagnosi, in un meccanismo, in una relazione causa-effetto materiale di qualche tipo. E così anche la spiritualità si è fatta scienza fisica, cioè psicologia e neuroscienze. La preghiera è diventata un atto autoregolativo, la meditazione un modo per bilanciare il sistema nervoso, l’illuminazione il prodotto di una particolare attivazione neurochimica…
È in questo contesto che si colloca uno dei casi più emblematici descritti nel libro La donna che morì dal ridere (2003), di Sandra Blakeslee e Vilayanur S. Ramachandran, lei divulgatrice scientifica, lui neuroscienziato. Studioso del cervello e delle sue meravigliose anomalie, Ramachandran racconta di alcuni pazienti affetti da epilessia del lobo temporale che, durante le crisi, riportano esperienze mistiche intense. Questa concomitanza di fenomeni ha portato alcuni scienziati a cercare l’esistenza di una “regione spirituale” del cervello, responsabile delle esperienze mistiche e spirituali. Secondo alcune ricerche, quando l’emisfero sinistro (sede del pensiero logico, analitico, linguistico) è compromesso – per esempio, nei casi di danno neurologico o disconnessione funzionale – l’emisfero destro (più legato all’intuizione, all’immaginazione e alla sintesi olistica) sembra acquisire maggiore voce. Questo squilibrio può aprire la strada a esperienze fuori dall’ordinario, comprese quelle mistiche e spirituali.
Ma qui si apre un paradosso affascinante e inquietante: Quanto detto significa forse che chi ha un danno all’emisfero sinistro è più predisposto all’esperienza mistica? Ovvero che la spiritualità è, in fin dei conti, un effetto collaterale di una lesione cerebrale? Alcuni scienziati lo ipotizzano. Altri – tra cui Ramachandran stesso – mantengono un atteggiamento più cauto. Che un’esperienza sia correlata a un’attivazione cerebrale, non significa necessariamente che sia da ridurre al meccanismo biologico che l’accompagna.
Correlazione non implica causalità!
Ritenere tutto ciò che sfugge al controllo razionale una falsità o da analizzare finché non se ne trovi l’esito deterministico, è una forma di materialismo estremo, che in alcuni ambiti rischia di amputare la profondità dell’esperienza umana. Il mistero forse non serve a produrre una qualche nuova teoria scientifica del cervello, ma a plasmare lo spirito umano.
Il tentativo di localizzare la spiritualità soltanto nel cervello, è il sintomo di una cultura materialista e organicista. E questo non significa che quando una persona ha un’esperienza spirituale il suo corpo non venga in qualche modo e sede sollecitato, significa invece che non è il corpo a produrre l’esperienza spirituale ma che la riceve (precisamente come alcuni santi hanno ricevuto le stimmate).
Chi ha vissuto un vero momento di trasformazione interiore – sia attraverso una crisi, una malattia o una pratica spirituale – lo sa: ciò che ti cambia davvero non è ciò che capisci, ma ciò che senti che ti attraversa e che ti trasforma. Come uno si sente, là si trova.
La razionalizzazione dell’esperienza spirituale
Così, anche lo yoga – antica via di trasformazione spirituale – dalle nostre parti viene sempre più raccontato come pratica ginnica e neuro-regolativa. Si parla di vagotonia, di ossitocina, di bilanciamento dei livelli di cortisolo. Tutto giusto, tutto documentato. E allora?
Lo yoga, in origine, è un cammino spirituale e filosofico. Un metodo per conoscere il Sé divino e universale; un metodo per trascendere l’illusione dell’io separato dalla matrice generatrice e realizzare l’unione con la divinità. Eppure oggi (almeno in occidente) anche lo yoga è diventato oggetto di studio scientifico. Si misura il battito cardiaco durante la meditazione, si osservano le onde cerebrali, si quantificano i livelli di cortisolo e di dopamina. Si cerca di dimostrare che funziona, come se migliaia di anni di praticanti, asceti e maestri avessero bisogno della nostra micragnosa legittimazione scientifica.
Ciononostante l’approccio scientifico allo yoga ha anche i suoi meriti. Grazie agli studi scientifici, molte persone si sono avvicinate allo yoga, beneficiandone a livello fisico e mentale. Ma c’è un rischio sottile, anzi piuttosto grossolano: quello di ridurre lo yoga a una ginnastica per il sistema nervoso, a un farmaco naturale contro l’ansia, a un insieme di tecniche da applicare per ottenere risultati “narcotizzanti” e andare avanti con le proprie occupazioni quotidiane.
Ma davvero siamo solo una realtà biochimica da anestetizzare? Davvero la coscienza è solo una produzione del cervello? Davvero le emozioni e l’estasi sono da ricondursi a mere scariche neuronali? Siamo veramente solo ormoni? Chi ha vissuto davvero una pratica profonda sa che c’è qualcosa che sfugge alla misura. C’è un silenzio che non è mancanza di rumori esterni. Una presenza che non è attenzione a ciò che si fa. Una gioia che non è serotonina inoculata da qualche successo.
Allora forse la domanda non è tanto “in che luogo del corpo è localizzata la spiritualità?” ma “possiamo permetterci di pensare che ci siano esperienze che valgono perché trasformano e non perché si misurano”? Cioè, possiamo stare nel sapere non-scientifico senza ritenerlo fantasia?
È il mistero il cuore della spiritualità. È ciò che sfugge al controllo, ciò che non può essere spiegato ma solo vissuto. La spiritualità non è una tecnica per stare meglio. È la disponibilità a farsi trasformare anche da ciò che non si comprende.
QUINDI, la psicologia ha messo la spiritualità al tappeto?
Forse oggi manca un luogo interiore ed esteriore in cui lasciare che le domande restino aperte, dove il dolore non sia solo, come una malattia, un’affezione da guarire ma una manifestazione da ascoltare, dove la pratica yogica non rimanga solo un mezzo ma sia anche il fine.
C’è bisogno di ritornare a uno sguardo più sacrale sull’essere umano. Non per negare il valore encomiabile del metodo scientifico, ma per riconoscere che non lo si può applicare a tutto, e probabilmente non si deve. Che c’è qualcosa in noi e nel mondo che resiste alla misura, che si sottrae all’analisi, che appartiene a un altrove e che va vissuto, non studiato.
Questo è lo spazio in cui lo yoga incontra la riflessione.
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Ogni pensiero è un piccolo seme di consapevolezza, da coltivare giorno per giorno.

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