Cambiare o accettarsi? Il dilemma della crescita personale

cambiare o accettarsi crescita personale

Agyapal

Sono un'insegnante di yoga, fondatrice di YogAssisi e direttrice della scuola Satkama Yoga.

Esiste una profonda contraddizione che permea gran parte della crescita personale contemporanea e del discorso sul benessere individuale. Osservando il panorama odierno della letteratura divulgativa e dei percorsi di self-improvement, si notano due fazioni nettamente contrapposte. Da un lato, risuona il proclama consolatorio dell’accettazione incondizionata: ti viene detto di amarti esattamente così come sei perché sei già perfetto (solo che magari non l’hai ancora capito…); dall’altro lato, la stessa cultura ti propone una lista infinita di cose da cambiare, di abitudini da ottimizzare e di traguardi da raggiungere, fino ad approdare all’onnipresente mantra del “lascia andare”.

Di fronte a questa dicotomia, sorge spontanea almeno una domanda: ma lasciare andare dove, di preciso? Il cosa può essere anche chiaro: lasciare andare un’emozione dolorosa, un risentimento o un attaccamento tossico. Ma verso quale luogo fisico o psichico dovrebbero traslocare questi frammenti di noi? Dove si deposita ciò che decidiamo arbitrariamente di recidere dal nostro vissuto?

La memoria incarnata e la fallacia del reset emotivo

A volte sembra che le teorie dominanti del miglioramento personale ci chiedano di compiere un atto contro natura: dimenticare interi pezzi della nostra vita. Ci viene suggerito di archiviare o cancellare storie, ferite, reazioni viscerali e modi di essere che oramai sono scritti indelebilmente nella nostra pelle, scolpiti nella tensione dei nostri muscoli, persino impressi nel ritmo primordiale del nostro respiro. Noi, oggi, siamo il risultato organico e vivente di tutto ciò che abbiamo attraversato. Come potremmo mai staccare questa trama dal nostro essere, senza al contempo smantellare la nostra identità? Si preme verso l’evoluzione come se quest’ultima esigesse una sorta di “pulizia etnica” della memoria storica e sensoriale.

Ma la realtà biologica e psicologica è ben diversa: non funziona così. E, soprattutto, un simile accanimento non serve a niente. Ecco la ragione profonda per cui tante “formule magiche” e ricette prêt-à-porter di crescita personale falliscono miseramente: esse si ostinano a parlare esclusivamente alla mente razionale, dimenticando del tutto che anche il corpo possiede un suo linguaggio, una sua intelligenza autonoma e una sua memoria somatica.

Se la mente e il corpo trattengono le esperienze dolorose e continuano a riproporle sotto forma di automatismi o tensioni, non è certo perché siano difettosi o intenzionati a remare contro di noi. Al contrario, lo fanno rispondendo a un principio fondamentale di sopravvivenza: ci proteggono. Il sistema nervoso registra e preserva la memoria di dove ci siamo fatti male per la semplice, vitale necessità di evitare che accada di nuovo. Quelle tensioni e quei ricordi sono i guardiani della nostra incolumità.

La funzione delle difese somatiche
Ciò che hai vissuto, le tue reazioni, le tue difese, persino i tuoi schemi più rigidi, non costituiscono spazzatura da smaltire. Hanno avuto una funzione quasi sacra: ti hanno protetto, ti hanno permesso di sopravvivere, hanno sostenuto l’edificio della vita che hai costruito fin qui.

Oltre la performatività: superare la metafora della macchina

Forse la vera chiave di volta risiede in un’attitudine radicalmente diversa: rimanere presenti a noi stessi e ricordare, tenere a mente con lucidità compassionevole, senza continuare a cercare spasmodicamente risposte fuori da noi e senza rimanere intrappolati a rimuginare su un passato oramai immodificabile. Rincorrere continuamente l’esterno, inseguendo nuove tecniche o conferme altrui, non fa altro che disperdere la nostra energia vitale e farci dimenticare la cosa in assoluto più importante: dove ci troviamo adesso, in questo preciso istante.

Non devi buttare via niente della tua storia. Rifiutare il tuo vissuto per inseguire un’ipotetica e luccicante “versione migliorata di te” è soltanto l’ennesima maschera della performatività contemporanea. È una trappola in cui in passato sono cascata anche io, sedotta dall’imperativo: “Sii la versione migliore di te stessa”. Ma a ben guardare, che espressione orribile è mai questa? L’uso della parola “versione” non è casuale: i moderni guru della motivazione attingono da metafore informatiche, trattando il cervello come un hardware e la psiche come un software da aggiornare periodicamente. Come se fossimo computer dotati di programmi da migliorare e bug da eliminare.

Ma noi non siamo macchine. Siamo organismi complessi fatti di spirito e carne, di ricordi, di fragilità e imperfezioni. È solo la mente, sotto l’influenza dell’educazione e delle pressanti aspettative sociali, a sussurrarci: «Così come sono non vado bene, devo diventare un’altra per meritare qualcosa». La verità è che non c’è nulla da rottamare, perché ogni tassello di te fa parte integrante di chi sei. Il vero punto di svolta consiste nell’imparare a dare il giusto peso al passato. Finché una reazione automatica o una difesa muscolare viaggiano sotto la superficie della coscienza, pesano tonnellate e decidono al posto tuo. Quando invece impari a vederle, a sentirle direttamente nel corpo e ad abitarle senza spaventarti, quel peso cambia natura. Il passato smette di essere una catena paralizzante e diventa semplicemente la tua storia: una risorsa di comprensione e compassione, e non più un vincolo per le tue scelte presenti.

La trappola di “ero” e di “sarò”: la presenza come unica dimora

In questo periodo sto leggendo Il mondo nuovo di Aldous Huxley, un’opera di una lucidità profetica abbagliante. A un certo punto del testo compare una breve frase che mi ha colpito con la forza di una rivelazione: “Ero e sarò mi fanno soffrire”.

Una quantità enorme della nostra sofferenza psicologica ed esistenziale nasce proprio dal rimanere cronicamente incastrati tra due dimensioni temporali che non hanno alcuna consistenza reale nel corpo:

  • “Ero”: L’identificazione rigida con chi sei stata/o in passato, con gli errori commessi, con i traumi subiti e con i ruoli difensivi che hai dovuto interpretare per anni pur di sopravvivere agli ambienti che ti circondavano.
  • “Sarò”: La proiezione verso un’immagine ideale e astratta di te, una figura ipoteticamente “risolta”, magari sempre calma e immune dalle difficoltà, che finalmente raggiungerà lo stato di felicità.

Nel mezzo di queste due astrazioni mentali si spalanca un grande vuoto apparente, ed è proprio in quel vuoto che… ci sei tu, adesso. Ma non serve a niente combattere contro i fumosi fantasmi del passato, né correre affannosamente verso una versione futura, per meritarti il diritto di stare bene. La vera trasformazione non accade quando cambi pelle, ma quando impari finalmente ad abitare la pelle che hai già, integrando con grazia tutte le sue stratificazioni vissute.

Smettere di fuggire o di rincorrere, iniziare a esserCI

Nella visione Satkama, il lavoro su di sé non viene mai concepito come un processo coercitivo di “aggiunta” di competenze o di “correzione” di presunti difetti. Si tratta, al contrario, di un percorso profondamente maieutico e somatico. Non si lavora con una mente ipertrofica che analizza all’infinito altra mente in un loop concettuale infruttuoso, ma ci si radica nell’esperienza incarnata e presente. Le domande guida diventano allora tanto semplici quanto dirompenti:

  • Come stai, davvero, in questo momento nel tuo corpo?
  • Come si modifica il tuo respiro quando ti senti sotto pressione?
  • Di quali pesi e responsabilità ti stai caricando che non ti appartengono?

Quando ti fermi davvero e permetti al tuo sistema nervoso di regolare i propri stati di attivazione, la domanda d’esordio — “devo cambiarmi o devo accettarmi?” — perde semplicemente di senso e si dissolve da sé.

Non serve diventare un’altra. Serve fare spazio con gentilezza a ciò che c’è già, disattivare il rumore di fondo del “dover fare” e riconoscere quella spinta vitale autentica che da sempre attende di dare direzione, senso e profonda bellezza alla vita che hai già costruito.

Nessuna formula magica. Nessun pezzo della tua storia da lanciare via nel disprezzo. Soltanto il coraggio profondo di compiere il passaggio decisivo: dal pensare di dover essere diversi, alla pura e incantevole libertà di esserci. Qui e ora – il che, se ci pensi bene, è l’unica cosa realmente inevitabile.

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